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[31/07/2019] Bologna: detenuti a scuola di meccanica, con gli ex operai a fare da tutor

Tre imprenditori bolognesi hanno fondato un’officina nell’istituto di pena “Dozza”. A rinforzare il gruppo è arrivata l’azienda Faac di proprietà dell’Arcidiocesi.

Hanno buttato il cuore oltre il filo spinato. E hanno dato vita a un esperimento unico in Italia: aprire un’impresa all’interno del carcere della Dozza a Bologna, dove gli operai sono i detenuti, assunti con un contratto da metalmeccanici, e i tutor sono operai e trasfertisti in pensione. I big della meccanica bolognese, Gd (di Isabella Seragnoli), Ima (di Alberto Vacchi), e Marchesini Group (di Maurizio Marchesini), sette anni fa da concorrenti sono diventati (dentro al carcere) soci fondatori di Fid, Fare Impresa Dozza: officina meccanica con 37 dipendenti a tempo indeterminato, che sta diventando un’occasione di riscatto per i detenuti. L’impresa, partita con 14 operai, sta crescendo a vista d’occhio. Di recente a rinforzare il gruppo societario è arrivata la Faac, l’azienda di cancelli automatici di proprietà dell’Arcidiocesi bolognese da quando, nel 2012, il patron Michelangelo Manini, morto prematuramente a 50 anni, ha lasciato in eredità il suo impero al vescovo. Un giorno di circa dieci anni fa il professore di Diritto commerciale Italo Giorgio Minguzzi, che all’epoca sedeva nel Cda di Ima, propone il suo sogno: fare qualcosa di importante in un mondo poco conosciuto come quello del carcere. Il sogno piace. Così tanto che si uniscono anche Isabella Seragnoli e Maurizio Marchesini. Da aprile di quest’anno infine il vescovo di Bologna Matteo Zuppi. Fondamentale il contributo dell’istituto tecnico Aldini-Valeriani, uno dei colossi scolastici della formazione tecnico-professionale nel capoluogo emiliano. “Dei 37 dipendenti di Fid - spiega Marchesini, patron dell’omonimo gruppo - 24 sono usciti per fine pena o in misure alternative. Circa la metà lavora in aziende dell’indotto delle case madri con risultati professionali buoni”. Altri ex dipendenti hanno seguito percorsi lavorativi diversi o inserimenti in comunità. Tre sono tornati in carcere. “È doloroso per noi quando accade, ma si tratta del 12- 13i di recidiva - continua Marchesini - contro il 6o% della media italiana”. Quindi un altro sogno: “Che entrino nuove imprese in Fid, perché le possibilità dei detenuti si amplino. E poi che altre carceri in Italia seguano l’esempio bolognese”, confida Marchesini. L’azienda della Dozza è aperta trenta ore alla settimana. I detenuti lavorano sei ore al giorno dal lunedì al venerdì. Con uno stipendio da tato euro al mese. Anche questo fa parte del recupero. “Molti - racconta Valerio Monteventi, coordinatore dei 13 tutor in officina - mandano parte dei soldi guadagnati alle loro famiglie, riuscendo a ristabilire legami che talvolta si sono spezzati brutalmente”. Nel tempo, il rapporto tra detenuti e tutor è diventato centrale nel progetto. “Danno un sostegno psicologico agli operai, li consigliano - conclude Monteventi - come si fa con dei figli e riescono a inculcare loro dei valori solidi per quando usciranno dal carcere”. Sembra funzionare. Isham, uno dei detenuti-operai, durante la visita pasquale del vescovo Zuppi, ne è la prova. Ha preso la parola a nome di tutti i colleghi e con poche frasi ha racchiuso il senso di questi sette anni: “In officina convivono persone di nazionalità e religioni diverse, ci rispettiamo. Stiamo imparando a usare testa e mani in un altro modo. Sogno, un giorno, di diventare un tutor come i nostri tutor, che ci insegnano la vita oltre la meccanica”

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